La scomparsa di O Rey. SI SCRIVE PELE’, SI LEGGE DIO

Sarebbe riduttivo relegarlo entro certi limiti, perchè lui era oltre il Calcio. Oltre lo Sport. Oltre la realtà. Lui era Edson Arates do Nascimento. Lui era Pelè. La cui fama è leggenda.(Foto:AreaNapoli)

Chi è stato Pelè? È stato il Calcio in senso assoluto, perentorio, totale. Anzi, dirò di più. Lui andava oltre il Calcio, proiettando lo sport più bello del Mondo in una dimensione cosmica, oserei dire…metafisica, preclusa ai mortali. Ineguagliabile, inimitabile, inarrivabile, le sue prestazioni erano difatti surreali e si sganciavano prepotentemente dalla realtà. Le sue performance erano diligentemente al servizio della magia, costantemente a beneficio della più fervida immaginazione, della fantasia più sfrontata. Destro, sinistro, testa, era privo di punti deboli, i suoi gol, i suoi assist, i suoi dribbling erano una forma d’arte sublime, destinati ad essere convogliati nella letteratura, nella poesia, sconfinando nel cinema, nel romanzo… Persino nei libri di testo scolastici. Pelè era un dio chiamato a diffondere il verbo della genialità, dell’estro più limpido, della chimera più aulica, traslando l’utopia nell’alloggio dell’utopistica realtà.   Con alle spalle il suo numero 10 – reso celeberrimo proprio da lui – entrò nella leggenda per non uscirne mai più…

Non era Pelè a mettersi al servizio della palla, ma la palla a mettersi al suo servizio con tanto di ossequi. Vederlo giocare dal vivo, assicurano i pochi fortunati che ne hanno avuto il privilegio, era una visione onirica ultraterrena, una indescrivibile sensazione d’estasi celestiale. “Povera è l’anima di chi non ha mai visto giocare Pelè!”. È l’aforisma che iniziò a farsi strada sin dal giorno in cui l’extraterrestre brasiliano lasciò il calcio giocato. Il gigante del football aveva lasciato un segno indelebile sin da giovanissimo, quando nel 1958 aveva sovvertito un tabù che in terra brasiliana sembrava un vero incantesimo, permettendo finalmente alla propria Nazione e Nazionale di fregiarsi di quel Titolo di Campione del Mondo  – sfuggitole in molte occasioni – che ormai latitava da molto, troppo tempo. Una maledizione che il futuro O Rey (Il Re) cancellò ancora diciassettenne, con le sue prestazioni soprannaturali, stupendo il Mondo con gol e magie da film fantasy. Come quelle che sfornò in Semifinale al cospetto della Francia (marcando una tripletta) e in Finale contro i padroni di casa della Svezia, schiantati 5-2 con una doppietta proprio di Pelè – primo gol da fantascienza – ed altre 2 reti di Vavà, formidabile partner d’attacco con cui scriverà pagine di storia del calcio mondiale. Quel Campionato del Mondo fu iconico, emblematico della carriera stupefacente e della figura superlativa della Perla Nera. Mitica, epica, irreale. Per il Maestro della pelota seguiranno altri innumerevoli trionfi, altre magie, altre perle. Arriverà un numero sconfinato di gol (680 coi club, 77 in Nazionale, più tanti altri in match amichevoli…) . Sarà eccelso ovunque. In Campionato e nelle coppe, col suo Santos, portato in cima al globo nel 1962 e nel ’63 (contro il Milan). Ed ancora ai Mondiali, compresi quelli del 1970 in Messico, conquistati ancora da protagonista indiscusso (dopo aver vinto da comparsa – causa infortunio – quello del 1962). In Finale, contro l’Italia di Riva, Rivera, Mazzola & Boninsegna, il marziano volò più in alto di tutti e di tutto. Materialmente, svettando di testa su T. Burgnich per l’1-0 carioca destinato ad entrare nelle enciclopedie dello sport, autentica icona del gesto atletico che si tramuta in eccellenza. E metaforicamente, conseguendo la 3^ Coppa del Mondo – un record straordinario ed iconico che resiste ancora oggi indisturbato – e soprattutto l’immortalità. Titolerà un famoso giornale: “Si scrive Pelè, si legge dio”.

Alberto Sigona