Dio creò il Calcio e vide che era…Maradona

(di Alberto Sigona) – L’argentino è stato il paradigma della figura universale la cui fama ha travalicato la circoscrizione dello sport. (Foto, Diego Armando maradona allo stadio Olimpico di Roma tra Totti e Ronaldinho in ovvasione Partita della Pace)

Diego Armando Maradona non è stato un grande calciatore. Non è stato un sommo fuoriclasse nè un egregio prestigiatore del pallone. Tantomeno un mirabile maestro della fantasia. No, e poi no. Definirlo tale sarebbe a dir poco riduttivo e non renderebbe l’idea circa la portata straordinaria della sua “stazza”. Maradona è stato in primis un’icona pop venerata sino ai limiti del fanatismo, come quasi mai verificatosi nella storia contemporanea (relativa agli ultimi quarant’anni). Più di Pelè, ma anche, trasferendoci fuori dall’ambito sportivo, Che Guevara, Marylin Monroe, Michael Jackson ed Elvis Presley. Maradona è stato un capopopolo onorato e riverito come un Re bizantino sia dalla nobiltà, sia dalla borghesia, sia dalla plebe. Maradona è stato un eroe mitologico assimilabile a quelli dell’Antica Grecia. È stato un dio pagano adorato da seguaci monoteisti e politeisti, persino dagli agnostici. Paradigma della figura universale la cui fama (e rispetto) ha travalicato la circoscrizione sportiva, Diego è stato l’eroe dei due Mondi del nostro tempo, colui che, rincorrendo un pallone, ha saputo dispensare felicità ai due opposti del Pianeta, unendo idealmente lo Stato d’Argentina e la città di Napoli, proprio come, sempre in Sudamerica ed Italia, nell’Ottocento aveva fatto, seppur con modalità e mezzi diversi, un certo Giuseppe Garibaldi.

Con la scomparsa di Diego due anni fa il calcio perse il suo genio pazzerello, il suo poeta bello e dannato di un calcio romantico che non esiste più da tanti anni. Il suo messia in maglietta e pantaloncini. Tirando calci ad una palla aveva messo rigorosamente al bando la banalità, boicottando il futile sempre e comunque. Ed anche fuori dal campo non si era mai discostato dalla sua filosofia di vita intrisa di eccessi e stravaganze al limite. Ma se sul rettangolo verde riusciva a dribblare pure le zanzare, fuori dagli stadi ha sempre faticato ad eludere i suoi demoni interiori, diventandone, a “soli” 60 anni, una vittima sacrificata sull’altare della celebrità.

Ormai che non c’è più, da qui all’eternità non rimane che cantarne le gesta e comporne le odi più sublimi. Fu grande. Fu divino. Sarà immortale.

Alberto Sigona