Leggende del ciclismo su strada

I tappisti-scalatori (di Alberto Sigona)- nella foto Federciclismo il campionissimo Fausto Coppi

GINO BARTALI (ITALIA, 1914)

Gino Bartali fu un corridore eccezionale nel senso più ampio del termine, accostabile per grandezza soltanto a Fausto Coppi. Ginettaccio con le sue imprese eroiche (che furono sterminate, impossibili da ricordarle tutte in questa sede) infiammò l’Italia del pedale fra la fine degli anni ’30 e l’inizio del Dopoguerra, dando vita ad una delle rivalità più famose nella storia dello sport: Bartali vs Coppi. Il corridore toscano in carriera si fregiò in primis di 3 Giri d’Italia (17 tappe e 50 maglie rosa), 2 Tour de France (12 tappe1 – record italiano – e 23 maglie gialle), 4 Sanremo2, 3 Lombardia3, 2 Campionati di Zurigo e 4 Titoli Italiani (che all’epoca avevano un valore ben maggiore dei tempi d’oggi), realizzando exploit epici sia nelle corse a tappe che in quelle di un giorno, in certi casi umiliando persino avversari molto quotati. Nel corso della sua carriera subì infortuni di grave entità, disavventure varie – nel Tour del ’37, tanto per citare un esempio, cadde mentre era in giallo (con oltre 9 minuti di vantaggio) mandando in frantumi il sogno di diventare il primo uomo a fare l’accoppiata Giro-Tour nello stesso anno – e disgrazie, come la morte del fratello a soli 19 anni (investito da un auto contromano durante una gara dilettanti), e dovette restare fermo oltre un lustro a causa della Guerra, che lo privò dei migliori anni della gioventù e quindi di un gran numero di possibili vittorie. Quando si ritornò alla vita civile Bartali era ormai “vecchio”, ciononostante, fra lo stupore di tutti, riuscirà a prendersi qualche soddisfazione… Il corridore toscano, infatti, impinguerà il suo palmares con tante altre vittorie di prestigio, realizzando il suo capolavoro assoluto nel Tour de France del 1948, quando a 34 anni (età quasi improponibile per l’epoca) bissò a distanza di 10 anni lo strepitoso successo alla Gran Boucle del 1938: egli riuscì a recuperare una ventina minuti da L. Bobet e fra l’incredulità generale salì sul gradino più alto del podio (vincendo 7 tappe, record italiano). Tuttora è la più grande impresa nella storia del ciclismo, assieme alla vittoria di Coppi al Tour del ’49, vinto proprio davanti a Ginettaccio. Fra i tanti record di Bartali si ricorda che è sinora l’azzurro ad aver indossato più volte il simbolo del primato fra Giro e Tour (73 volte). Il più grande scalatore di sempre in carriera ha ottenuto 132 vittorie (di cui 15 nel ’48, l’ultima a 39 anni).

A proposito della Guerra, Bartali fra il settembre 1943 e il giugno 1944 si adoperò in favore dei rifugiati ebrei (riceverà per questo il premio post mortem di Giusto fra le Nazioni), compiendo numerosi viaggi in bicicletta dalla stazione di Terontola-Cortona fino ad Assisi, trasportando documenti e foto tessere nascosti nei tubi del telaio della bicicletta affinché una stamperia segreta potesse falsificare i documenti necessari alla fuga di ebrei rifugiati. Ricercato dalla polizia fascista sfollò a Città di Castello, dove rimase nascosto da parenti ed amici cinque mesi.Si calcola che in questo modo Bartali abbia protetto l’esistenza di circa 800 ebrei.

In una ipotetica classifica relativa agli sportivi di ogni epoca, prendendo in esame le discipline individuali più popolari (altrimenti la scelta diverrebbe troppo ardua), lo porrei al 5° posto, dietro al nuotatore M. Phelps, allo schermidore Nedo Nadi, Carl Lewis ed a Fausto Coppi, ma davanti a Cassius Clay, Usain Bolt e Rod Laver.

ALFREDO BINDA (ITALIA, 1902)

Alfredo Binda (95 successi – 20 nel 1927 -) è stato forse il più grande ciclista dell’era tardo pionieristica. Fra i primi sportivi italiani entrati nella cultura popolare (assieme a C. Girardengo ed al pugile P. Carnera), era in grado di spadroneggiare su di ogni asperità, in salita come in pianura. Fortissimo in fuga come in volata (sebbene le volate dell’epoca non fossero paragonabili a quelle a ranghi compatti dei tempi odierni, poiché si disputavano su strade accidentate che di certo non favorivano la nascita di velocisti puri: per capirci, dubito che oggi Binda riuscirebbe a battere Cipollini o Petacchi su percorsi ben asfaltati…), “don” Alfredo svettava sia nelle gare a tappe che in quelle di un giorno. Vinse a mani basse 5 volte il Giro d’Italia (che all’epoca non era inferiore al Tour, anzi per certi versi era la gara regina dell’intero panorama mondiale) – record che molto tempo dopo avrebbero soltanto eguagliato Fausto Coppi ed Eddy Merckx -, fregiandosi altresì di 2 Milano-Sanremo (nel 1929 con +8’30”), 4 Lombardia4 (nel 1926 con 30’ di distacco inflitto al secondo classificato; nel 1931 con 18’33” sul diretto inseguitore; nel 1925 con +8’20”) e 4 Campionati Italiani.

Ad un certo punto della carriera la sua supremazia arrivò ad essere talmente schiacciante che, per far riguadagnare interesse alle gare, gli organizzatori in più di una circostanza arrivarono a pagarlo per non farlo partecipare. Ciononostante il palmares di Binda risulta sterminato: come detto vinse 5 Giri, aggiudicandosi ben 41 tappe (in un’epoca in cui il Giro era molto più breve di oggi) di cui 12 (su 15 tappe) in una sola edizione (è tuttora un primato inarrivabile), fregiandosi di 61 giorni in maglia rosa. Al Tour gli italiani a quei tempi non amavano prenderne parte spesso (causa problemi logistici, costi, impopolarità, per non parlare di razzismo) e così il Nostro si dovette accontentare di 2 vittorie di tappa. Binda vanta un altro record mitico (che però condivide con altri ciclisti) ovvero l’aver vinto 3 edizioni dei Mondiali (nel 1927 con +7’16”). Lasciò l’attività nel 1936, a 34 anni, dopo un incidente che gli provocò la frattura del femore. Diventò perciò commissario tecnico della Nazionale italiana, ruolo che ricoprì per ben 22 anni, in cui accumulò fama e successi degni della sua carriera da corridore (come il Tour del ’49, in cui convinse Bartali a fare da chioccia a Coppi). Tornando al Giro d’Italia, ricordiamo che Binda è il corridore con più successi di tappa dopo Mario Cipollini (41 a 42), piazzandosi davanti a Learco Guerra 31, Costante Giardengo 30 ed Alessandro Petacchi 27; è inoltre il corridore che ha trascorso più giorni in rosa dopo Eddy Merckx (60 a 77), piazzandosi davanti a Francesco Moser 57, Gino Bartali 50 e Beppe Saronni 49. Sebbene sia impossibile fare dei paralleli con i corridori del Dopoguerra, c’è chi sinora lo considera il più grande di tutti i tempi, persino superiore a Bartali, Coppi e Merckx. Fermo restando l’ardua difficoltà nello stilare una classifica credibile non suscettibile di critiche, personalmente, tenendo conto della sua scarsa partecipazione al Tour ed alle classiche straniere (eccetto il Mondiale), lo colloco “solamente”all’8° posto di sempre, dietro Coppi, Bartali, Merckx, Hinault, Anquetil, Indurain e Bobet, pur consapevole che se solo avesse voluto, viste le sue potenzialità infinite, sarebbe sicuramente potuto essere sul podio di questa graduatoria immaginaria.

LOUIS BOBET (FRANCIA, 1925)

Louis Bobet (123 vittorie, 19 nel ’55) è stato uno dei ciclisti più poliedrici della storia, in grado come pochi di eccellere sia nelle corse a tappe che nelle classiche, in salita (in cui a volte era capace di “ricordare” lontanamente Gino Bartali e Fausto Coppi) come a cronometro. Negli anni ’50 vinse 3 Tour consecutivi (alla Gran Boucle vanta 11 tappe – di cui 2 crono – e 36 mg; un 3° posto finale), vincendo anche 2 tappe al Giro (10 mr), 1 Mondiale, 1 Roubaix, 1 Sanremo, 1 Lombardia, 1 Fiandre e 2 Titoli Nazionali. Fra i pochissimi ad aver conseguito in carriera il successo sia al Tour, sia al Mondiale, lo si può ritenere fra i primi dieci corridori d’ogni epoca, dietro a Gino Bartali, Fausto Coppi, Eddy Merckx, Bernard Hinault, Jacques Anquetil e Miguel Indurain (rispetto ai quali s’inchina più che altro per non aver mai vinto il Giro d’Italia), ma davanti ad Alfredo Binda, Chris Froome, Charly Gaul e tanti altri. Amatissimo dai tifosi francesi (solo R. Poulidor avrebbe riscosso un amore simile), è stato l’unico, assieme al solito Merckx (il principe dei recordman) ad aver trionfato, nell’arco dell’intera carriera, sia al Giro delle Fiandre che al Tour de France. Morì a soli 58 anni per un cancro.

FAUSTO COPPI (ITALIA, 1919)

Sinora ci si accapiglia al fine di decretare nell’alveolo del nostro immaginario chi sia stato il più grande ciclista italiano (e forse di sempre): Gino Bartali o Fausto Coppi? Coppi era un corridore degli anni ’40 e ’50, estremamente duttile, in grado di eccellere come nessuno in ogni specialità, sia a cronometro (in cui raccolse 17 successi) sia in montagna, esprimendosi ad alti livelli persino in pianura, travestendosi all’occorrenza da finisseur. Emblema, assieme allo stesso Bartali, del riscatto dell’Italia dopo le macerie fisiche e morali della Seconda Guerra Mondiale, Coppi riusciva a vincere alla grande le gare di un giorno come la Sanremo (in condominio con Costante Girardengo è l’italiano con più successi nelle classiche monumento: 9) e le grandi corse a tappe, dal Giro d’Italia al Tour de France (il primo a fare l’accoppiata Giro-Tour, nel 1949; nel ’52 avrebbe concesso il bis, sinora unico italiano a riuscirvi). Purtroppo la sua luminescente carriera è stata costellata d’infortuni e varie vicissitudini che ne hanno reso la vita di ciclista davvero impervia. Per non parlare della Guerra 1939-1945 (mandato in Africa con la fanteria, egli fu fatto prigioniero dagli inglesi) che gli precluse non poca gloria. Ciononostante Coppi ha ottenuto in carriera una serie sterminata di vittorie (133, di cui 18 nel ‘49), realizzando diverse imprese epiche (impossibili da ricordarle tutte per…problemi di spazio) che sono rimaste impresse nella leggenda dello sport.

In primis rimembriamo comunque 5 Giri d’Italia (il primo a soli 20 anni, stabilendo un record di precocità ancora imbattuto; alla corsa rosa vanta 22 tappe e 31 mr), 2 Tour de France (su 3 partecipazioni; 9 tappe e 19 mg), 1 Mondiale in linea (nel 1953, con 6’ di margine dopo 30 km di fuga solitaria), 1 Parigi-Roubaix, 3 Sanremo (nel ’46 s’impose con un quarto d’ora sul secondo classificato), 5 Lombardia (tuttora un record inavvicinabile), 1 Freccia Vallone e 4 Titoli Italiani. Recordman dell’ora 1942, celeberrime furono le imprese che gli consentirono di vincere il Tour del ’49: il campionissimo nella tappa che arrivava a Briançon andò in fuga assieme a Bartali e staccò tutti di oltre 5’, ed il giorno dopo ad Aoste staccò proprio Bartali di circa 5 minuti ed il terzo, Robic, di oltre 10’, completando la super rimonta per la conquista della maglia gialla, dimostrando a tutti che per lui nulla era impossibile, proprio come il Bartali dei tempi migliori; Coppi avrebbe completato il suo exploit imponendosi alla grande anche nella cronometro di Colmar-Nancy (137 km), vincendo con 7’02’’ sul secondo classificato Bartali, che a fine Tour avrebbe accusato un gap di 10’55’’ da Fausto. Nel ’52 realizzò un’altra impresa pazzesca, imponendosi al Sestriere (dopo aver scalato in solitaria il Col de la Croix de Fer, il Galibier e il Montgenevre ) con 7’09’’ sul secondo classificato, vincendo a Parigi con 28’17’’ sulla concorrenza, per quello che rimane tutt’oggi il divario più largo del Dopoguerra. Ma un’altra azione prodigiosa merita di essere menzionata, ed è quella del Giro d’Italia 1949: fino alla 16^ tappa Adolfo Leoni è in rosa per 58’’ e Coppi, nonostante l’impresa di Bolzano, in cui aveva vinto rifilando quasi 7’ allo stesso Leoni ed ad un indomito Bartali, continua ad inseguire; poi alla 17^ frazione, la Cuneo-Pinerolo, di 254 km, Coppi straripa, imponendosi con 11’52” su Bartali (frenato da più forature) e 19’14’’ su Alfredo Martini, per quella che rimane la tappa simbolo della storia del ciclismo mondiale.

Dal fisico apparentemente poco atletico, era dotato di una notevole agilità muscolare e di un sistema cardiorespiratorio fuori dal comune (capacità polmonare di 6,5 litri e 44 pulsazioni cardiache/minuto a riposo), qualità che n’esaltavano la resistenza sotto sforzo. Leggendaria la sua rivalità proprio con Gino Bartali, che divise l’Italia nell’immediato Dopoguerra (anche per le presunte diverse posizioni politiche dei due). Coppi morì nel ’60 a soli 40 anni di malaria (stranamente non diagnosticata dai medici) contratta nell’Alto Volta durante una gara. La sua dipartita lasciò un paese sotto shock. Coppi negli ultimi anni era stato al centro anche delle cronache scandalistiche del tempo, per la relazione extraconiugale avuta con Giulia Occhini, moglie del dottor Locatelli. Tra Fausto e Giulia Occhini iniziò una storia d’amore, resa pubblica nel giugno del ’53. Essendo entrambi già sposati, la relazione suscitò all’epoca grande scandalo e fu fortemente biasimata da una parte dell’opinione pubblica; persino il Papa Pio XII giunse a condannarla apertamente. La vicenda culminò in un processo e Coppi sarà condannato a 2 mesi di carcere pena sospesa.

Tornando alla domanda iniziale, ovvero su chi sia stato il più grande fra Coppi e Bartali, beh, i due in salita erano ugualmente mostruosi, anche se nelle “sfide a due” spesso trionfò Coppi (come ad esempio al Tour del ’49). Tuttavia Fausto aveva dalla sua l’età, perciò possiamo dire che i due non abbiano mai lottato ad armi pari (per intenderci, Coppi nel ’49 aveva 30 anni, mentre Bartali ne aveva 35), e questo, al di là della retorica del tempo (i cui riflessi si avvertono tuttora), ci suggerisce come in verità la storia, purtroppo, non abbia mai potuto assistere ad un confronto equo fra i due eroi del pedale. Inoltre una cosa è certa: Bartali ha dovuto sacrificare alla guerra ed alla malasorte i migliori anni della gioventù, quando avrebbe potuto persino realizzare imprese più grandiose del suo erede Coppi. Fausto rispetto a Gino era però attivo anche su pista, fregiandosi fra l’altro di 2 Titoli Mondiali.

FRANCOIS FABER (LUSSEMBURGO, 1887)

È stato forse il più grande ciclista degli anni Dieci, vincitore di 1 Tour (il più duro della storia, nel 1909, in cui ottenne 5 tappe di seguito, un record ineguagliabile) e di ben 19 tappe (tantissime in un’epoca in cui le competizioni a tappe erano molto più brevi di quanto siamo abituati oggi), quasi sempre le più “disumane”. Indossò la mg per 25 giorni ed ottenne due secondi posti conclusivi. Corridore versatile come pochi, figurano nel suo palmares anche 1 Parigi-Roubaix, 1 Giro di Lombardia e 2 Parigi-Tours (1 P.-Bruxelles). In carriera Faber (altezza: 2,02 m. !!!) ha ottenuto solo 28 (11 nel 1909) successi, ma ciò non deve ingannare in merito alla sua grandezza. Quelli erano infatti altri tempi e fra infortuni, forature, disavventure varie, gare disorganizzate, mancanza di fondi e assenza di diverse classiche (come la Freccia Vallone, l’Amburgo, l’Amstel Gold Race, la San Sebastian e tante altre…) o di corse a tappe come la Vuelta, non c’erano le possibilità odierne d’impinguare il palmares. La carriera di Faber fra l’altro non durò molto: egli, infatti, morirà a soli 28 anni durante la 1^ Guerra Mondiale, alla quale aveva deciso di prendere parte da volontario. Fra i big della sua epoca (cito al volo, Petit Breton, P. Thys, O. Bottecchia, N. Frantz, A. Magne) fu senza dubbio colui che si distinse di più per la portate delle sue imprese, rapportate, come già detto, ad una serie di fattori.

CHARLY GAUL (LUSSEMBURGO, 1932)

Il lussemburghese fu uno dei più grandi grimpeur (scalatori) di sempre, in grado di ricordare a tratti persino Bartali, Coppi e Merckx. Sapeva esaltarsi quasi esclusivamente in condizioni atmosferiche particolarmente inclementi. Fu così nella celebre tappa “Merano – Monte Bondone”, nel Giro d’Italia del 1956, quando in una giornata da tregenda, con neve e freddo tipicamente invernali, arrivò al traguardo con quasi 8 minuti di vantaggio sul secondo classificato (Alessandro Fantini) e più di 12 minuti su Fiorenzo Magni (che con una spalla fratturata reggeva il manubrio con un laccio stretto fra i denti): Gaul risalì così dal 24° posto che occupava alla partenza della tappa al 1°, primato che difese poi con successo fino all’arrivo a Milano. Un’altra impresa (molto rocambolesca) la realizzò al Tour del ’58: ad un certo punto della gara a tappe la classifica generale recita: 1° Geminiani, 2° Favero a 3’17’’, staccatissimo Gaul a 15’12’’! Alla 21^ tappa,da Briançon a Les Bains, Gaul compie un’impresa d’altri tempi, vincendo in solitario: Favero giungerà 3°, ma con oltre 10’ di gap; Favero si riprende la maglia gialla, ma ha ormai un risicato vantaggio sul più pericoloso avversario: Gaul è ad appena 1’07’’. Nell’ultima asperità, una crono di 74 km con arrivo a Dijon, non ci sarà scampo per il nostro atleta e Gaul come da copione vince la tappa, rifilando 3’17’’ a Favero, che non può far altro che tirare giù il cappello davanti alle gesta mitiche del lussemburghese.

Un’ultima impresa epica la realizzò nel ’59. Alla penultima tappa del Giro in maglia rosa era Jacques Anquetil; Gaul attaccò il francese che andò subito in crisi; all’arrivo il ritardo di Anquetil fu di 9 minuti. Il francese giunse al traguardo stravolto, così come anche Gaul che non partecipò nemmeno alla cerimonia di premiazione. Il Giro fu vinto dal lussemburghese con un vantaggio di 6 minuti e 12 secondi su Anquetil. In tutto “L’angelo della montagna” ha vinto 2 Giri con annesse 11 tappe e 20 mr; al Tour (che vinse 1 volta, racimolando anche due terzi posti) ottenne 10 tappe (le più dure, 4 crono comprese) e 2 mg. Fu ben 6 volte Campione nazionale. 80 (15 nel 1956) – di cui 6 a cronometro – furono in toto i suoi successi da professionista, fra cui non figurano classiche (a cui non prendeva parte quasi mai, un po’ come Pantani).

COSTANTE GIRARDENGO (ITALIA, 1893)

È stato, assieme a Binda, il più grande ciclista dell’epoca eroica (il primo ad essere chiamato con l’epiteto Il campionissimo). La sua notorietà raggiunse livelli di vera eccezionalità per gli echi dei non certo tanti media del suo tempo. Girardengo (con all’attivo 106 successi su strada, di cui 19 nel ’19, e 965 su pista!) si dilettava e svettava in ogni tipologia di corse, da quelle in linea a quelle a tappe, dalla regina delle classiche, la Sanremo, alla regina delle gare a tappe, il Giro italiano: insomma era poliedrico come ve ne saranno pochi nella storia, simile in caratteristiche ad un certo Francesco Moser, sebbene Costante rimanga inavvicinabile. Girardengo nel corso della sua lunghissima carriera conquistò 2 Giri d’Italia (30 tappe, 26 maglie rosa, non ne vinse di più a causa delle cadute, che all’epoca erano molto frequenti). Poi si fregiò di ben 6 Sanremo (in un’occasione vinta con 13′ sul 2°5), 3 Lombardia6 ed addirittura 9 Titoli Nazionali di seguito (record), che ai suoi tempi valevano quasi quanto dei Mondiali… All’estero non vinse quasi nulla (partecipo’ ad un solo Tour) anche perché a quei tempi si voleva essere…casalinghi. Tra le pagine più belle del suo “carnet” di vittorie troviamo però il trionfo nel “Gran Premio Wolber”, nel 1924, dove riuscì a sconfiggere – a casa loro – i fratelli Pelissier. Questa corsa era considerata una specie di Campionato del Mondo ufficioso e rimane l’unica prova estera prestigiosa da lui vinta. A 34 anni partecipò alla prima vera edizione del Campionato del Mondo finendo 2° a 7’ da Binda. Cessata l’attività a 43 anni, divenne industriale di biciclette e salì in ammiraglia. Come Commissario Tecnico azzurro guidò Bartali al successo al Tour de France 1938. Diresse, inoltre, proprie squadre professionistiche di buon livello.

EDDY MERCKX (BELGIO, 1945)

Soprannominato il “Cannibale” per la sua voglia di vincere sempre e non lasciare nulla ai suoi avversari, è considerato da molti il più grande ciclista di tutti i tempi e il miglior sportivo belga di sempre, e ciò non solo per lo straordinario numero di vittorie ma anche per il modo in cui vinceva, che a volte ricordava persino Bartali e Coppi… Il fiammingo eccelleva su tutti i terreni: mostruoso in salita, dove era capace di staccare gli avversari di molti minuti, straordinario nelle cronometro, che interpretava ai livelli un tempo eccelsi di Anquetil; svettava sia nelle corse a tappe che in quelle di un giorno, mostrando una versatilità favolosa. Si fregiò in primis di 5 Giri d’Italia (26 tappe e 76 mr) ed altrettanti Tour de France (34 tappe – di cui 13 in salita e 16 a cronometro – e 111mg), in cui palesò tutto il suo strapotere distruttivo. Poi primeggiò in tantissime classiche come nessuno mai, vincendo ad esempio il Giro delle Fiandre (2), la Roubaix (3 volte), la Sanremo (7 volte, record), la Liegi (5 volte, record), il Giro di Lombardia (2), la Freccia Vallone (3), l’Amstel G. Race (2) e la Parigi-Bruxelles (1). È stato 3 volte iridato (record condiviso con altri 4 corridori) e si è affermato in una Vuelta. È stato anche una volta Campione Nazionale ..

Un dato riassume meglio di ogni altro la fantascientifica superiorità del belga: egli, infatti, conta 510 vittorie (58 nel 1973!) – di cui 37 a cronometro – su circa 1800 gare su strada disputate: il 30%, una percentuale impressionante, come dire che per una gara su quattro, gli avversari hanno corso per il secondo posto!

Eccoci adesso ai suoi record principali. Merckx è stato colui che ha trionfato in più edizioni del Tour de France, 5 (sempre a mani basse), record condiviso con Anquetil, Hinault ed Indurain. Sempre alla Gran Boucle (in cui vanta anche un 2° posto conclusivo) vanta il primato di tappe (34)7 e maglie gialle (111); è sempre suo il record di vittorie di tappa in una singola edizione, 8, sia nel ’70 che nel ’74. È inoltre il ciclista che, assieme a Binda e Coppi, si è fregiato di più Giri d’Italia (5), nonché colui che ha trascorso più giorni in rosa (76). È altresì il corridore che ha vinto più tappe fra Giro e Tour (60), indossandone più volte il simbolo del primato (187!). E’, per finire la disamina dei record principali, il ciclista che ha centrato più volte la doppietta stagionale Giro-Tour (3) nonché l’unico – assieme ad Hinault e Gimondi – ad aver vinto tutte e tre le grandi corse a tappe più il Mondiale.

Fra le sue imprese epocali si devono citare senz’altro la vittoria nella Parigi-Roubaix del 1970, quando rifilò agli avversari dai 5’21” in su, ed il trionfo al Giro delle Fiandre del 1969, vinto con 5’36” di margine sulla concorrenza.

Da ricordare, infine, un episodio drammatico capitatogli durante la carriera: poco dopo la conclusione del Tour 1969 (vinto dopo aver sbaragliato la concorrenza, compiendo un’autentica impresa d’altri tempi alla 17^ tappa, vinta con 7’56” su M. Dancelli), Eddy fu vittima di un incidente durante una prova nel velodromo di Blois. Nella caduta, che coinvolse anche la moto che lo guidava – e che risultò fatale per il pilota in sella, l’allenatore Fernand Wambst – il Cannibale si procurò una profonda ferita alla testa, rimanendo a terra privo di sensi. Si riprese, seppur a fatica, in poche settimane, ma gli venne diagnosticato uno spostamento al bacino e una contusione vertebrale, che gli causeranno, nel prosieguo di carriera, un lieve problema di posizionamento in sella e dolori alla schiena (dirà Merckx a tal proposito che prima della caduta pedalare in salita era per lui un piacere, mentre dopo, un continuo dolore). Ciò puà solo farci immaginare cos’altro avrebbe potuto vincere Merckx senza questa brutta disavventura.

Si è ritirato a 33 anni

LUIS OCANA (SPAGNA, 1945)

Fra i più grandi scalatori all time, è stato una sorta di Marco Pantani ante litteram, l’unico che nell’era Merckx si è ritagliato uno spazio di vera gloria, mettendo in difficoltà il fuoriclasse belga in più di un’occasione, specialmente al Tour de France del 1971, quando solamente una drammatica caduta gli impedì di battere (o dovremmo dire…umiliare) sulla strada il suo rivale per eccellenza. Ma lo spagnolo si sarebbe rifatto due anni dopo, quando, approfittando dell’assenza di Eddy, si aggiudicherà in surplace l’edizione della Gran Boucle del 1973, compiendo un’impresa incredibile all’8^ tappa: Luis, infatti, dopo aver scalato il Colle della Maddalena, si fa da solo il Galibier prima e l’Izoard poi, transitando sul Montée des Orres con 58” sull’altro noto scalatore Fuente, 6’57” su Martinez […] e 20’24” sul 6°, Zoetemelk. Un exploit leggendario che da solo basterebbe a proiettarlo nell’olimpo. In carriera il campione iberico vanta al Tour 9 tappe (di cui 2 a cronometro) e 21 giorni in giallo; ad impinguare il palmares vi sono anche 1 Vuelta e 2 Campionati spagnoli. Il campione spagnolo sarebbe morto suicida nel 1994.

MARCO PANTANI (ITALIA, 1970)

Soprannominato “Il Pirata”, Marco Pantani è stato probabilmente il più grande scalatore di ogni epoca. Tanto bravo quanto sfortunato (durante la carriera fu bersagliato da infortuni, anche gravi, e da vicissitudini di varia natura), si distinse in particolare al Tour de France, in cui ogni volta che vi partecipava si aggiudicava le tappe più dure, come quelle che portavano la carovana gialla sull’Alpe d’Huez o sul Galibier, montagna su cui, nel 1998, costruì la più grande impresa del ciclismo degli ultimi decenni, quando, in una giornata di pioggia, rifilò 8’57’’ alla maglia gialla J. Ullrich – favoritissimo per il trionfo finale, avendo oltre 3′ di margine sul ciclista romagnolo – compiendo il più clamoroso ribaltamento in graduatoria dai tempi di Fausto Coppi, diventando il secondo italiano (dopo lo stesso Coppi) a centrare l’accoppiata col Giro d’Italia nello stesso anno. Alla Gran Boucle vanta anche due terzi posti (8 tappe e 6 giorni in giallo).

La sua carriera subì una brusca nonché irreversibile flessione nel 1999: Pantani corre il Giro d’Italia da favoritissimo, e difatti si aggiudica alla grande ben 4 tappe (in toto vanta 8 tappe e 12 maglie rosa) accumulando 5’ sulla concorrenza; ma proprio sul più bello avviene quello che non t’aspetti: dal controllo antidoping viene rinvenuto nel sangue del Pirata un tasso di ematocrito superiore alla norma, e pertanto viene estromesso dalla corsa. Per il corridore di Cesenatico, che grida al complotto, è un colpo durissimo, e da lì inizierà un calvario esistenziale da cui non uscirà più, e che nel giro di pochi anni lo avrebbe portato alla morte (nel 2004), apparentemente causata da un’overdose di psicofarmaci. Una morte in verità avvolta ancora nel mistero, per la quale si sono fatte e si continuano a fare mille ipotesi diverse, arrivando persino a pensare che sia stato ucciso da qualcuno invischiato nel mondo delle scommesse clandestine, che avrebbero manovrato l’esito del famoso Giro del ’99.

Durante la sua carriera, a riprova di come sia stato uno scalatore puro (negato a cronometro), non ha mai vinto una classica. In totale vanta 53 vittorie, di cui 17 nell’anno di grazia 1998. E’ stato uno degli sportivi italiani più amati.

  • I TAPPISTI-CRONOMAN

JACQUES ANQUETIL (FRANCIA, 1934)

Jacques Anquetil è stato uno dei più grandi ciclisti di tutti i tempi, vincitore attorno agli anni ’60 di 232 corse (28 nel ’65) – 59 cronometro – fra cui spiccano 2 Giri d’Italia (6 tappe a cronometro e 42 mr) e soprattutto 5 Tour de France (una volta 3°), vincendo 16 tappe (di cui 11 a cronometro) ed indossando 51 volte la mg. Fu il primo ciclista a vincere 5 Tour ed il primo a fregiarsi delle tre principali corse a tappe (centrò una volta l’accoppiata stagionale Giro-Tour, in precedenza riuscita solo a Coppi). Vanta altresì 1 Vuelta ed 1 Liegi vinta con 4’53” sul 2°. Ha il vanto di poter essere considerato come il più forte cronoman che mai sia esistito. E proprio sulle cronometro fondava i suoi successi nelle grandi corse a tappe. Proprio per questo era considerato un corridore troppo tattico, attendista e quindi per niente spettacolare (non si è quasi mai distinto per fughe entusiasmanti), un po’ come lo sarà Miguel Indurain negli anni Novanta. Anquetil avrebbe potuto ottenere ancora maggiori successi se non si fosse concesso a distrazioni ed eccessi. La sua vita privata, piuttosto movimentata, e le sue abitudini alimentari furono ben diverse da quelle di uno sportivo. Una volta sceso di bicicletta (35 anni), si ritirò in campagna, diventando un grande coltivatore. Monsieur chrono morirà di cancro nel 1987, a soli 53 anni.

BERNARD HINAULT (FRANCIA, 1954)

Incredibilmente poliedrico, Bernard Hinault, per via della quantità e la qualità dei suoi trionfi, nonché per la caratura degli avversari contro i quali ha dovuto misurarsi durante l’intera carriera, è da considerarsi il quarto corridore di sempre dopo Coppi, Bartali e Merckx. Il francese riusciva ad eccellere sia nelle corse a tappe (l’unico in assoluto a vincere più di una volta Giro, Tour e Vuelta) che nelle gare di un giorno (vanta le classiche più prestigiose), in salita come a cronometro (32 vittorie nelle corse contro il tempo). Noto per essere un corridore molto regolare e poco spettacolare, all’occorrenza però sapeva compiere delle autentiche imprese. In una Liegi, ad esempio, realizzò una performance d’altri tempi, vincendo con 9’24” su Kuiper, il che la dice lunga sulle doti eccezionali del tasso, il quale sicuramente non sempre si è voluto esprimere ai massimi livelli, pur avendone le capacità. In questo ricorda forse Anquetil ed Indurain, anche se rispetto a loro può vantare un palmares molto più ricco e prestigioso (si è fregiato ad esempio di più Giri d’Italia e più classiche). Da ricordare che durante la carriera il corridore francese fu spesso sofferente ad un ginocchio, il che aumenta considerevolmente il valore dei suoi successi. In dettaglio ecco i suoi trionfi più importanti: 3 Giri (6 tappe e 31 mr), 5 Tour (2 volte 2°; 28 tappe – di cui ben 20 a cronometro – e 77 mg), 1 Mondiale (quello del 1980, considerato il più duro e selettivo di sempre), 2 Vuelte, 1 Roubaix (la classica del pavé, che Hinault non amava e che considerava anacronistica e alla stregua di un ciclocross; uno dei pochissimi “tappisti” a conquistarla, l’ultimo in assoluto a riuscirvi), 2 Lombardia, 2 Liegi, 2 Frecce Vallone, 1 Amstel Gold Race, 1 Campionato di Francia. E’ stato uno dei pochissimi – assieme a Merckx e Gimondi – a vincere tutte e tre le grandi corse a tappe più il Mondiale ed uno dei pochi a centrare la doppietta stagionale Giro-Tour (2 volte). 238 sono state in tutto le sue vittorie (col primato personale di 38 nel 1979).

MIGUEL INDURAIN (SPAGNA, 1964)

Miguel Indurain è stato un formidabile cronoman che sapeva tenere il passo in salita. Con queste caratteristiche si è fregiato di 2 Giri (4 tappe; 29 mr) e ben 5 Tour consecutivi (12 tappe – di cui 10 cronometro – e 60 mg), eguagliando nel 1995 l’incredibile record di Anquetil, Hinault e Merckx, anche se nessuno di questi li aveva vinti consecutivamente. Uno dei pochissimi a centrare nello stesso anno l’accoppiata Giro-Tour (riuscitagli 2 volte), vanta altresì 1 San Sebastian ed 1 Titolo Nazionale. Lo spagnolo aveva il ritmo cardiaco di 28 battiti a riposo, 190 durante il massimo sforzo: una macchina che gli scienziati hanno definito perfetta. I detrattori hanno criticato però la sua condotta di gara al risparmio: la tattica di Indurain, infatti, era la solita, cioè, stravincere le tappe a cronometro ed amministrarne il vantaggio che ne conseguiva nel resto delle tappe; non a caso, tanto per fare un esempio, nel quinquennio ’91-’95 non ha mai vinto tappe che non fossero cronometro (ed in questo è stato simile ad Anquetil). 158 (19 nel 1992) sono state in tutto le sue vittorie (26 a cronometro, compreso un Titolo iridato ed un Oro ai Giochi Olimpici). Si è ritirato a 32 anni.

  • I VELOCISTI

MARIO CIPOLLINI (ITALIA, 1967)

Ritenuto dagli esperti il più grande velocista puro di sempre prima dell’avvento del ciclone M. Cavendish, Mario Cipollini vanta il record di successi parziali in una grande corsa a tappe, ben 42 frazioni al Giro d’Italia (in cui è stato 6 volte maglia rosa), corsa che lo ha reso leggendario. Ma i suoi exploit non si sono naturalmente limitati al Giro: Re Leone, infatti, assieme a Gino Bartali, è l’italiano con più successi di tappa al Tour de France: 12 (indossando 6 volte la maglia gialla), ponendosi davanti a Raffaele Di Paco 11, Fausto Coppi ed Ottavio Bottecchia 9, Marco Pantani e Learco Guerra 8. È stato altresì Campione del Mondo 2002, anno in cui vinse la sua unica classica: la Milano-Sanremo. Campione Nazionale 1996, in totale ha racimolato 199 vittorie (20 nel ’99), sempre in volata, spesso con più di mezza bicicletta di vantaggio. Ai 3 grandi Giri vanta 57 vittorie (il più “prolifico” fra gli azzurri, davanti a Petacchi, 53), e si attesta a pochi passi dal recordman Eddy Merckx. Il suo apice lo raggiunse al Tour nel 1999, quando trionfò in ben quattro tappe consecutive sfiorando il record assoluto del lussemburghese F. Faber, che nel 1909 arrivò a cinque. Il Tour gli riservò anche delle delusioni, come l’esclusione della sua squadra dall’elenco delle squadre partecipanti per le edizioni del 2001, 2002 e 2003. Si è ritirato dall’attività nel 2005 (salvo una brevissima parentesi nel 2008).

MARK CAVENDISH (GRAN BRETAGNA, 1985)

E’ stato probabilmente il più grande velocista di sempre, ed a testimoniarlo vi sono senza dubbio le oltre 200 vittorie (31 nel 2009) in palmares, di cui 16 al Giro d’Italia (4 maglie rosa) e ben 34 al Tour de France (1 maglia gialla), che lo pongono al primo posto fra i plurivittoriosi all time della competizione francese (comprendendo la Vuelta vanta 53 successi nei tre grandi giri a tappe, piazzandosi al 3° posto all time dopo Merckx 66 e Cipollini 57; fra Giro e Tour vanta 50 successi). Alla Gran Boucle ha certamente espresso il meglio di sé, instaurando negli anni migliori della carriera (dal 2008 al 2011, e poi nel 2021) un’autentica dittatura in materia di volate, esprimendosi su livelli mai toccati prima da nessun velocista. Il cannibale degli sprinter si è fregiato altresì di 1 Mondiale, 1 Sanremo e di 2 Campionati britannici in linea. Nel 2021 (a 36 anni) fu protagonista di una delle più clamorose rinascite nella storia dello sport, tornando a vincere dopo oltre 3 anni in cui sembrava di fatto un ex corridore, aggiudicandosi persino 4 tappe al Tour (stabilendo il record di vittorie alla Corsa Gialla) – prendendovi parte in luogo dell’infortunato Sam Bennett, velocista designato in casa Deceuninck (la squadra di Cavendish) – , in cui non s’imponeva né saliva sul “podio” degli arrivi in volata dal 2016. La seconda giovinezza del britannico sarebbe durata sino al 2022 (vincendo un’altra tappa al Giro). Nel suo palmares figurano anche 3 Ori iridati su pista (americana).

ANDRE’ DARRIGADE (FRANCIA, 1929)

E’ da ritenersi uno dei più grandi velocisti puri di tutti i tempi. Vincitore in totale di 138 gare, Darrigade diede il meglio di sé al Giro di Francia, di cui è tuttora lo sprinter con più successi di tappa (228) dopo M. Cavendish (34) e quello con più giorni trascorsi in giallo, 19. Vincitore di 1 tappa al Giro d’Italia (che non amava), vanta altresì un Giro di Lombardia (uno dei pochissimi velocisti a vincerlo) e soprattutto il Titolo Mondiale del 1959. E’ stato anche Campione di Francia 1955. Tornando al Tour, Darrigade precede, quanto a successi di tappa (relativamente ai soli velocisti), Le Greves e C. Pellissier (16), F. Maertens (15), Kittel (14), Mc Ewen, Aerts, Cipollini e Zabel (12).

RAFFAELE DI PACO (ITALIA, 1908)

Può ritenersi il più grande velocista dell’ante Seconda Guerra Mondiale, essendosi fregiato di 16 tappe al Giro d’Italia (1 mr) e ben 11 al Tour de France9 (1 crono,4 mg), di cui è tuttora il plurivittorioso italiano dopo Bartali e Cipollini (che lo precedono a quota 12). Capace di battere in volata i migliori assi della sua epoca (Giuseppe Olmo, Charles Pelissier…), Di Paco vanta in toto 58 vittorie (11 nel 1936). Non amava molto le classiche, ma il suo score nei grandi giri basta per guadagnarsi un posto fra le leggende del ciclismo all time. Riusciva a cavarsela piuttosto bene anche a cronometro. Ha corso sino all’età di 36 anni.

ROBBIE McEWEN (AUSTRALIA, 1972)

Fra i più grandi velocisti di ogni epoca, nella storia del ciclismo è stato uno dei pochi sprinter (assieme a M. Cipollini, M. Cavendish e R. Di Paco) capace di andare in doppia cifra – per quanto concerne i successi di tappa – sia al Giro, sia al Tour, assommando ben 24 vittorie equamente divise fra le due competizioni (1 giorno in rosa ed 1 giorno in giallo). Fra i suoi exploit si ricordano 1 Classica di Amburgo, 5 Parigi-Bruxelles (record) e 2 Titoli di Campione Nazionale. Durante la sua carriera, conclusa a 39 anni (dopo 234 vittorie, di cui 32 nel 2002), s’é dovuto misurare con autentici giganti della velocità, da Cipollini a Petacchi, passando per Zabel e T. Steels.

ALESSANDRO PETACCHI (ITALIA,1974)

Alessandro Petacchi diventa il velocista che conosciamo solamente nel 2003, quando vinse 6 tappe al Giro d’Italia, eguagliando il numero di vittorie che il suo antesignano Cipollini aveva ottenuto soltanto l’anno prima. Da quel momento Petacchi, a ben 29 anni (età atipica) diverrà Ale-jet, per via della sua straordinaria potenza e progressione finale che lo porteranno a non avere rivali negli arrivi allo sprint. Così Alex trionferà anche al Tour dello stesso anno, per 4 successi di tappa indimenticabili. Ma i meriti di queste performance da leggenda sono attribuibili anche (o soprattutto) alla sua squadra, la Fassa Bortolo, un team formidabile in grado di trainare il nostro fuoriclasse nella giusta posizione per compiere la volata vincente. E non solo: ogni qualvolta vi è una fuga da lontano potenzialmente in grado di rovinare la festa, la Fassa si mette subito a tirare con un ritmo forsennato, rendendo vano ogni tentativo di evasione. Nello stesso anno Petacchi, mai domo, realizza una cinquina alla Vuelta, dove in passato aveva già ottenuto 3 successi. Saranno 15 i successi ai 3 Giri nel medesimo anno, un record italiano incomparabile, il primo in assoluto a fare centro nei 3 Grandi Giri nello stesso anno. L’anno seguente strabilia il Mondo andando ad ottenere 9 (dico 9) successi al Giro d’Italia, stabilendo il record del dopoguerra. Un primato ormai impossibile da eguagliare non solo per la difficoltà soggettiva ma anche perché è impensabile che in futuro vi siano tutti questi arrivi in volata, senza che 1 sola fuga vada in porto. Petacchi quell’anno non potrà però prendere parte ad alcuna volata al Tour per infortunio: è solo l’inizio di una maledizione “in giallo” che gli precluderà per 5 anni la partecipazione alla Gran Boucle, dove avrebbe potuto infrangere ogni primato. Petacchi quello stesso anno si consola alla Vuelta, calando un favoloso poker di vittorie. Nel 2005 Ale-jet fa sua la Milano-Sanremo, realizzando il sogno di una vita, e al Giro d’Italia realizza un poker che quasi ci lascia un po’ delusi per via dello score cui ci aveva abituati. Stavolta non partecipa al Tour di sua spontanea volontà, scelta opinabile compiuta per preparare al meglio il Mondiale di Settembre (dove poi topperà) che lo vede fra i papabili vincitori. Prende parte invece alla Vuelta, una sorta di ripiego, andando a trionfare in 5 occasioni. Nel 2006 non prenderà parte a quasi nessuna gara di rilievo a causa di un brutto infortunio rimediato nelle battute iniziali della corsa rosa. Nel 2007 Petacchi (passato alla Milram a seguito dello scioglimento della gloriosa Fassa Bortolo) si aggiudica ben 5 frazioni al Giro d’Italia. Malgrado l’età avanzi inesorabile (il “Peta” ha ormai 33 anni) si ha la sensazione che di questo passo possa infrangere persino il record di Cipollini, di 42 successi al Giro, e di Merckx, di 66 vittorie ai 3 Grandi Giri, ma non si sono fatti i conti col destino che gli riserverà traversie a non finire. Petacchi, infatti, a maggio è trovato positivo al salbutamolo, sostanza che lui assume dietro prescrizione medica per curare l’asma; ma lo spezzino avrebbe superato di poco la dose giornaliera, motivo per cui viene addirittura sospeso per 1 anno (oggi con le nuove regole non accadrebbe), trattando il nostro eroe come un dopato doc o quasi. Petacchi presenta ricorso, facendo leva sulla buona fede (quasi impossibile fra l’altro rispettare esattamente la dose prescritta dal medico, specie se si hanno degli attacchi) e sull’assenza di benefici sulle prestazioni agonistiche che tale sostanza incriminata conferirebbe. Ricorso accolto, ma nel frattempo ha dovuto dare forfait al Tour de France. In seguito, dopo che il nostro ha nel frattempo vinto la Parigi-Tours e 2 tappe alla Vuelta (per un totale di 19 vittorie rappresentanti un record italiano), il TAS di Losanna lo squalifica accogliendo il ricorso della Federciclismo: Petacchi dovrà ingoiare il boccone più amaro della carriera, non potendo prendere parte all’intera stagione 2008 (avrebbe saltato ugualmente il Giro per bronchite). L’età avanza ancora, e tanti buoni propositi (come quello di arrivare a 42 successi al Giro) vanno a farsi friggere. Petacchi ritorna nel 2009. Egli ha ormai 35 anni, ed appare agli sgoccioli di una carriera che, senza la sfortuna che lo ha bersagliato a più riprese, avrebbe potuto issarlo in testa alla graduatoria dei velocisti di tutti i tempi. Ale-jet darà vita a 2 fuochi di paglia al Giro d’Italia, aggiudicandosi appunto le prime 2 volate della corsa rosa. Poi dovrà fare i conti con l’astro nascente Cavendish; con una nuova squadra (LPR Farnese), lontanissima cugina della Fassa, che lo lascia solo negli arrivi allo sprint, senza traghettarlo a dovere; con una serie di scorrettezze cui sarà vittima negli arrivi veloci…E perché no, con una condizione che va scemando, probabilmente per l’età. Nel 2010 vi sarà il passaggio alla Lampre del ds Saronni. Petacchi però, già al Giro, per una bronchite, è costretto al prematuro ritiro. Tuttavia, dopo 5 anni d’assenza, potrà finalmente prendere parte alla corsa dei sogni, il Tour. Tour che inizia alla grande, visto che vincerà le prime due tappe in volata, diventando a 36 anni e 7 mesi il più anziano corridore italiano capace di vincere tappe alla Corsa Gialla nel dopoguerra. Poi Cavendish prenderà il sopravvento ed il Nostro dovrà accontentarsi di portare a casa la Maglia Verde, unico italiano dopo Franco Bitossi a riuscirci. Nel 2011 a 37 anni e mezzo otterrà l’ultima vittoria al Giro d’Italia, arrivando a quota 27 successi di tappa. Nel 2013, a 39 anni, Peta si ritira, per poi ritornare qualche mese dopo, come gregario di Cavendish, ottenendo persino tre successi a ben 40 anni, appendendo definitivamente la bici al fatidico chiodo a 41 primavere. Lascia ai posteri ben 53 vittorie ai Grandi Giri), di cui 20 alla Vuelta, 27 al Giro e 6 al Tour, per un totale di 186 affermazioni in carriera.

A mio modesto parere Alessandro Petacchi, raffrontando il suo bottino alle disgrazie sportive, tenendo in debita considerazione il rapporto gare-vittorie (nonché gli innumerevoli secondi posti), il modo in cui vinceva (a volte quasi per distacco) e la longevità (a 37 anni reggeva il confronto con Cavendish) può essere ritenuto il più forte di sempre. La sua sfortuna è stata proverbiale, paragonabile ai vari Coppi, Bartali e Pantani. Anche loro entrati nel mito malgrado la sorte maligna. Quando Ale-Jet (questo il suo epiteto quanto mai opportuno) era in forma (e lo era spesso…) riusciva a far mangiare la polvere persino a big dai nomi altisonanti, da Zabel al già citato Cipollini, dal miglior Cavendish a McEwen.

ERIK ZABEL (GERMANIA, 1970)

243 vittorie (32 nel 2001), fra cui 12 tappe al Tour de France (2 volte maglia gialla, tantissime volte maglia verde, 6 per la precisione), 4 Sanremo (ma potevano essere 5 se nel 2004 avesse atteso di tagliare la linea del traguardo prima di alzare le braccia ed esultare anzitempo), 1 Amstel Gold Race, 3 Parigi-Tours, 1 Amburgo e 2 Titoli nazionali. Basta citare queste vittorie per raffigurare la grandezza di uno dei più forti velocisti all time, uno dei pochi a conquistare successi parziali sia in una grande corsa a tappe come il Tour, sia nelle classiche più rinomate. Fra i velocisti puri è quello con più classiche all’attivo. Epiche furono le sue lotte gomito a gomito con Mario Cipollini, con quale diede vita ad una delle rivalità più famose fra gli sprinter.

  • I FINISSEUR

PAOLO BETTINI (ITALIA, 1974)

Paolo Bettini (96 vittorie, 15 nel ’02) è stato un passista veloce estremamente versatile, in grado di cimentarsi egregiamente in quasi ogni terreno che non fosse in con pendenze esagerate, tranne sul pavè. In primis vanta 1 Olimpiade per prof. e 2 Mondiali consecutivi (uno dei pochissimi a vincere in carriera sia il Titolo iridato che il Titolo olimpico). Poi hanno impinguato il suo palmares 1 Sanremo, 2 Liegi, 2 Lombardia, 2 Campionati di Zurigo, 1 Classica d’Amburgo, 1 San Sebastian, e 2 Titoli Nazionali. Vanta inoltre 2 tappe al Giro d’Italia (4 mr) ed 1 frazione al Tour de France. Di certo è stata una delle stelle italiane più luminose degli ultimi trent’anni.

ROGER DE VLAEMINCK (BELGIO, 1947)

Unico corridore assieme a Merckx e Van Looy a vincere tutte le “classiche monumento”, Roger De Vlaeminck vanta 22 tappe al Giro d’Italia (2 mr) ed 1 tappa al Tour de France. Ma è appunto nelle classiche che ha dato il meglio di sé, dimostrandosi fra i più grandi e vincenti della storia, ottenendo 4 Parigi-Roubaix (che gli valsero il soprannome di monsieur Roubaix), 3 Milano-Sanremo, 2 Giri di Lombardia, 1 Giro delle Fiandre, 1 Liegi, 1 Campionato di Zurigo, 1 Freccia Vallone e 2 Titoli Nazionali (1 Parigi-Bruxelles). Era un finisseur alla Van Looy, ovvero in grado di vincere in volata e per distacco, di cavarsela egregiamente in pianura ma anche su percorsi arditi, ottenendo persino un clamoroso 4° ad un Giro d’Italia, una vera impresa per un finisseur. 351 (52 nel ’75) sono state in tutto le sue vittorie.

FREDDY MAERTENS (BELGIO, 1952)

Grandissimo velocista/finisseur (che eccelleva anche in salita, un po’ come Van Looy) in grado di vincere 7 tappe al Giro d’Italia (6mr) e 15 al Tour de France (1 crono, 10 mg). È stato 2 volte Campione del Mondo ed ha vinto 1 Amstel Gold Race, 1 Parigi-Tours, 1 C.Zurigo, 1 Parigi-Bruxelles, persino 1 Vuelta (vincendo 13 tappe, tutte in una edizione!). Vanta anche 1 Titolo nazionale. In un Tour vinse 8 tappe, record condiviso con Merckx (che vi riuscì in due Tour) e Charles Pellissier. Quando era in forma non ce n’era per nessuno. In carriera ottenne ben 247 vittorie (57 nel ’77), di cui 16 a cronometro. Ha corso sino a 35 anni. Il neo della sua pur ottima carriera (un po’ troppo condizionata dagli infortuni) é il non essere mai riuscito ad imporsi in una delle cinque classiche monumento.

FRANCESCO MOSER (ITALIA, 1951)

Grande finisseur (fra i più completi mai nati), tagliato sia per le corse a tappe che per le classiche, vinse 1 Giro d’Italia (23 tappe e 56 maglie rosa) e 2 tappe (di cui 1 crono, 7 maglie gialle) al Tour de France. Si fregiò altresì di 3 Titoli di Campione d’Italia, 3 Parigi-Roubaix, 1 Milano-Sanremo, 2 Lombardia, 1 Freccia Vallone, 1 Campionato di Zurigo, 1 Parigi-Tours e soprattutto del Campionato del Mondo 1977. Vanta anche un Oro su pista. È tuttora l’italiano con più successi in carriera (319, di cui 41 nel 1978). Nel 1984 ha stabilito il record dell’ora.

JAN RAAS (OLANDA, 1952)

Raas è stato uno dei più grandi velocisti/finisseur di sempre, vincitore di 10 tappe al Tour10 (1 crono, 3 mg) e di grandi corse di 1 giorno. Versatile come pochi, durante la carriera si fregiò di 1 Mondiale, 1 Roubaix, 1 Sanremo, 2 Fiandre, ben 5 Amstel Gold Race (la gara fu ribattezzata in suo onore, scherzosamente, “Amstel Gold Raas”), 2 Parigi Tours ed 1 Parigi-Bruxelles. È stato altresì 3 volte Campione olandese. In tutto vinse 169 (29 nel 1980) gare. Era abile anche a cronometro. Si è ritirato nel 1985.

RIK VAN STEENBERGEN (BELGIO, 1924)

È ritenuto dalla critica il più grande velocista/finisseur di tutti i tempi (in condominio con Rik Van Looy), dove per finisseur s’intende il corridore capace di vincere in pianura (sia nelle volate a ranghi ristretti che in quelle di gruppo) o in falsopiano anche partendo diversi metri lontano dal traguardo, e di sconfiggere gli avversari con una progressione potente e continua difficile da rimontare per uno sprinter, più avvezzo a vincere risolvendo la contesa negli ultimissimi metri come ad esempio facevano Mario Cipollini, Alessandro Petacchi, Erik Zabel o Mark Cavendish. Simile per caratteristiche – e qui mi rivolgo in particolar modo agli appassionati più giovani – al neo Campione del Mondo J. Alaphilippe, in totale su strada ha conquistato ben 350 vittorie (27 nel ’57 e ’58), che ne fanno il terzo corridore più vincente di sempre, dietro i connazionali Eddy Merckx e Rik Van Looy. Vincitore di ben 3 Titoli iridati, Van Steenbergen offrì nel Giro d’Italia ’51 la più convincente dimostrazione della sua grande poliedricità battendosi proficuamente anche in salita, chiudendo la corsa rosa addirittura 2° a 1’46” da Magni, con alle spalle Kubler e Coppi. In totale al Giro vanta 15 tappe ed 8 mr mentre al Tour si fregiò di 4 tappe e 2 mg. Primeggiò inoltre in 2 Parigi-Roubaix, 1 Sanremo, 2 Fiandre e 2 volte in Freccia Vallone (1 Parigi-Bruxelles). Fu altresì 3 volte Campione Nazionale. Si ritirò a ben 42 anni, raccogliendo 6 successi sino a 41 primavere.

RIK VAN LOOY (BELGIO, 1933)

Rik Van Looy è considerato dagli esperti il più grande velocista/finisseur della storia assieme al connazionale Rik Van Steenbergen. Fra le sue vittorie ricordiamo 18 tappe alla Vuelta, 12 tappe al Giro (1 mr) e 7 al Tour11 (2 mg). Poi le classiche, in cui è stato un vero monarca: 3 Roubaix, 1 Sanremo, 1 Liegi, 1 Lombardia, 2 Fiandre, 1 F.Vallone, 2 Parigi Tours e 2 Parigi-Bruxelles. È stato inoltre 2 volte Campione del Belgio e soprattutto 2 volte Campione del Mondo. Tecnicamente, a Van Looy si deve l’invenzione del cosiddetto “treno”: in prossimità dell’arrivo i suoi gregari si mettevano in testa conducendo il gruppo ad andatura forsennata. Questa condotta di gara, oltre ad impedire agli avversari sortite negli ultimi chilometri, consentiva a Van Looy di lanciare il suo lunghissimo sprint e vincere facilmente sul traguardo. Nel Mondiale del ’63 accadde qualcosa che merita di essere menzionato. Il giovane Beheyt, un velocista molto promettente, era stato incluso nel team belga per il mondiale proprio su scelta di Van Looy. Ma per tutta la gara, dichiarò di avere i crampi, rifiutandosi di collaborare con i compagni. Arrivato a duecento metri dal traguardo, Van Looy stava andando a vincere facilmente il mondiale davanti ai propri tifosi in delirio, quando spuntò a sorpresa il redivivo Beheyt che spostandolo con una manata gli soffiò la vittoria. Uno “sgarro” che Beheyt pagò a carissimo prezzo: osteggiato in ogni modo dal suo ex capitano e costretto a correre per una squadra olandese, praticamente non vinse più nulla. Dominatore nelle corse di un giorno, Van Looy si distinse anche nelle corse a tappe dimostrando insospettate capacità anche in montagna: l’asso belga chiuse ad esempio il Giro ’59 al quarto posto a 7’17’’ dal vincitore, un certo Charly Gaul (e per due volte terminò 3° alla Vuelta). In tutta la carriera collezionò 425 vittorie (44 nel ’59 e ’65). E’ tuttora l’unico assieme a Merckx ad aver vinto tutte le Classiche Monumento più il Mondiale.

1Gino Bartali è uno dei pochissimi “tappisti” ad aver vinto almeno 10 tappe sia al Giro d’Italia che al Tour de France (gli altri sono stati Charly Gaul ed Eddy Merckx).

2Una volta rifilando 4′ al 2°.

3Nel 1939 con + 3’35” sul 2°; nel 1940 con + 4’07”.

4Nel ’27 con 4’11” sul 2°.

5In un’altra con 6’40” sul 2°.

6Nel 1919 con 8′ sul 2°.

7Record assoluto sino al 2021.

8Vinse in volata, andando in fuga, la 1^ tappa del 1956; la 1^ e la 22^ tappa del 1958.

9Nel 1931 vinse l’11^ tappa in volata a 2 su C. Pellissier (il gruppo arrivò a 31”); nel 1932 vinse la 9^ tappa in volata a 2 su G. Ronsse (il gruppo arrivò a 36”); nel 1935 vinse la 3^ tappa in volata a 3 (il gruppo arrivò ad 1’34”).

10Vinse in solitario una tappa nel 1978 e, nelle altre edizioni, si aggiudicò qualche altra frazione da finisseur.

11Vincendo per distacco la 13^ tappa del 1963 e la 4^ del 1969; in volata su di un ristretto gruppetto di fuggitivi la 19^ del 1965.