Se mancano le…..coperture

Le difese troppo permissive che albergano sui nostri campi di gioco stanno svalutando il nostro calcio.

(di Alberto Sigona) – Alla luce delle ultime giornate di campionato è lecito domandarsi dove siano finite le difese arcigne di una volta, quelle che senza un regolare permesso non concedevano diritto d’asilo nemmeno alle zanzare. Eh già, un tempo non molto remoto, in area di rigore giostravano minacciosi, più che terzini o stopper, degli autentici paladini della propria retroguardia, i quali, “armati sino ai denti”, non si spendevano in semplici marcature rivolte agli attaccanti di turno, ma si adoperavano in veri e propri “sbarramenti militari” volti a scoraggiare chiunque provasse ad addentrarsi in quelle che per molti erano delle zone proibite, in cui era saggio non avventurarsi senza aver preso le dovute contromisure. Insomma, sino a qualche decennio orsono un centravanti, persino di razza, rischiava di entrarvi intero e di uscirne malconcio, con la tacita (o esplicita) complicità dei direttori di gara, che in compenso mal tolleravano le rimostranze legittime dei malcapitati. Ed in certi casi ad ammorbidire marcantoni, come Tarcisio Burgnich, Giovanni Trapattoni, Claudio Gentile o Franco Baresi, non valevano nemmeno certe medaglie al valore appuntate sul petto o il rango principesco: potevi chiamarti Diego Maradona, Eusebio o Pelè, ma quando c’era da sprangare i varchi non si andava certo per il sottile, con le maniere brusche che prendevano il sopravvento, con i mastini di turno ben lungi dal farsi ammaliare dai luccichii delle altrui corone.

Ma per rendersi conto appieno di come il calcio degli anni Settanta-Ottanta sia stato poco “magnanimocon coloro che erano deputati a violare le porte altrui, basterebbe dare una fugace occhiata al torneo di A 1969-’70, sfociato nello storico Scudetto del Cagliari di Gigi Riva: ebbene, la squadra Campione d’Italia concluse il campionato con appena 11 reti (undici, capito?) subite, una cifra che nel 2020 ha tutta l’aria di essere riconducibile ad una fake news in grande stile, ma che in quel periodo non si discostava poi tanto dai canoni consueti. Ma anche i successivi campionati, guardati… da diverse prospettive, ci offrono una fedele riproduzione di quanto fosse difficile segnare. Nel 1972-’73 P. Pulici, G. Rivera e G. Savoldi si spartivano il Titolo di capocannoniere con appena 17 reti; nel 1979-’80 R. Bettega si laureava tiratore scelto con 16 gol; nel 1981-’82 R. Pruzzo vinceva la classifica dei bomber con 15 segnature e lo stesso avrebbe fatto un certo D. Maradona sei anni più tardi. Solamente negli anni Novanta, il gol, attraverso i vari M. Van Basten, G. Signori e G. Batistuta, sarebbe ritornato a dimorare nel palazzo regale, riappropriandosi dei fasti che avevano preceduto la lunga austerity.

Negli ultimi anni però la tendenza a violare ripetutamente le difese avversarie sta imboccando la via dell’esagerazione smodata. Le giornate di Serie A ospitano senza ritegno match con autentiche piogge di reti, con le goleade, le marcature a go-go diventate naturali come l’uva-bio, giusto per rimanere in tema di grappoli, come i gol che si raccolgono in ogni turno di campionato, per delle vendemmie realizzative che di certo ledono la denominazione di origine protetta del nostro marchio pallonaro. Le difese odierne sono troppo perforabili, poco inclini a frustrare le ambizioni di terzi. I difensori, sin troppo “timidi”, peccano persino nei fondamentali, ed a poco servono le alchimie tattiche coi quali si cerca d’indottrinarli: d’altronde se non conosci l’abc del ruolo, non puoi mica approntare un “discorso”.

Forse sino a trent’anni fa il calcio dispensava molte meno emozioni, e difatti non era per niente raro assistere ad incontri sonnolenti, fatti di fraseggi di centrocampo sterili ed uggiosi, nell’attesa, spesso vana, che qualcuno prima o poi la mettesse dentro ed infrangesse quella monotonia comatosa. Non a caso gli 0-0 imperversavano, così come gli 1-0 e gli 1-1, maturati magari per via di qualche isolata sortita individuale anziché per via di ripetute azioni manovrate. Tuttavia, pur monotono, pur meno godibile, quello era almeno un calcio più…sapiente, più tecnico. Tutt’altra cosa rispetto al football dei giorni nostri, che appare quasi snaturato, diretto com’è verso la via della Pallanuoto.

Il calcio italiano di questo ritmo rischia seriamente di andarsi a svalutare enormemente, specie a fronte di quelle che sono le nostre aspettative in ottica europea. Se un tempo erano troppi i match a reti bianche, adesso stanno assumendo un numero sproporzionato le sfide “over”, che fra l’altro, a forza di abituarcisi, potranno nuocere anche alle nostre emozioni, che in fondo sono la linfa che tiene in vita la nostra passione. Il nostro sport.

Di certo non si sbagliava Lucio A. Seneca quando asseriva che “E’ perverso comunque tutto ciò che è troppo”.