Calcio spezzatino dei tempi d’oggi. L’esagerazione non paga

(di Alberto Sigona) Ormai si gioca in qualsiasi giorno e ad ogni ora. Per fare più “cassetta”. Ma alla lunga si rischia la noia da overdose….

Georges Bataille asseriva che “Vi è nella natura, e continua a sussistere nell’uomo, una tendenza perenne all’eccesso”. Ebbene, a confortare la tesi del filosofo francese del secolo scorso, dirigendosi verso la via che esula dalla moderazione, vi sono sicuramente i vertici del calcio di Serie A. Costoro in questi ultimi anni (imitando altri Paesi esteri come l’Inghilterra: noi italiani abbiamo la pessima abitudine di emulare il peggio…) si sono prodigati con fare zelante nello spezzettare (o dovremmo dire “tritare”) sino all’inverosimile il troncone delle singole giornate di Campionato. Ogni turno della massima divisione (e tralasciamo la Serie B per non dilungarci troppo) è puntualmente diviso rigorosamente in più parti, frazionato, scomposto, scisso sino al minimo consentito dalle leggi della fisica e della chimica. Ogni partita è così collocata in un’area temporale distinta dalle altre, in orari sempre più improbabili e sempre meno rispettosi del “buon gusto”. Adoperandosi in questo modo, l’establishment del pallone italico spera che la moltiplicazione delle partite da poter seguire singolarmente possa aumentare gli introiti dei famigerati diritti tv, aumentando i guadagni in maniera proporzionale alla “divisione partitica”, inchinandosi senza ritegno al dio business. Tuttavia lor signori non si rendono conto che il proliferare delle visioni dei vari match rischia di andar di pari passo con la disaffezione degli appassionati, per quello che alla lunga si trasformerebbe in un boomerang dagli effetti micidiali.

Ormai, giocando da venerdì a lunedì, a qualsiasi ora, senza contare gli altri giorni della settimana dedicati alle coppe, il tifoso sta assuefacendosi alle tante, troppe partite, e l’emozione pian piano cederà il posto all’indifferenza (questo processo in verità è già iniziato…), per poi mutare in sazietà, quindi in vera repulsione verso un calcio bulimico, privo di quel fascino che lo caratterizzava sino a poco tempo fa. Uno dei primi segnali d’allarme è che, a causa dell’abitudine alle partite, sta iniziando a venir meno (lo si percepisce ovunque, nei bar, nei club, negli spazi volti a socializzare…) quella sorta di magia dell’attesa dell’appuntamento calcistico, il cui effluvio iniziava a coinvolgerti anche diversi giorni prima di ogni singola partita, specie se era in programma un incontro di cartello. Ogni turno di campionato non viene più visto come uno spettacolo bello ed irrinunciabile ma come una sorta di… diversivo piacevole a cui volendo si potrebbe anche rinunciare, specie se in contemporanea c’è un film in prima visione o persino qualche mediocre festicciola tra amici a cui in altri tempi non avresti mai partecipato se non sotto tortura… del coniuge. D’altronde un conto è perdersi un intero blocco di 8, 9 o 10 partite, un altro conto è perderne una o due. C’è pur sempre la partita successiva per rifarsi. E magari, di rinvio in rinvio, si finisce col perdere il sapore e col perdersi l’intera giornata di A. E poi, anche volendo, come si fa a seguire tutte o quasi tutte le partite di A se ognuna ha una collocazione che differisce dalle altre? O si è disoccupati cronici, o si è un addetto ai lavori (e forse nemmeno loro ormai riescono a stare dietro a cotanta spalmatura…)… o si possiede il dono della bilocazione (e non credo siano in tanti ad averlo…). Non c’è un’altra via alternativa!

Nel volgere di pochi decenni a risentirne in peggio sarà proprio il fattore economico verso cui tutti i sovrintendenti del pallone mirano spudoratamente, in nome del quale stanno ormai lacerando ogni norma di buon senso. Occorre che qualcuno si renda conto in fretta che questa è non è la strada da percorrere. Si deve necessariamente, e senza pensarci troppo su, tornare indietro sulla via della continenza, prima che sia tardi e che il giocattolo, che sta iniziando a mostrare le prime crepe, non vada irrimediabilmente in frantumi. Certo… la contemporaneità totale delle partite è anacronistico e non è più prevedibile. E francamente, seppur in un senso opposto, a pensarci bene era un’esagerazione anche quella. In effetti, al di là di sentimentalismi ed ossequi alla cara tradizione, dobbiamo ammettere che non era possibile seguire scrupolosamente quanto accadeva in ogni partita: si creava una certa confusione, e si finiva col recepire una scarsità di informazioni disarmante, e questo non era accettabile, specie per i match d’alto rango. Sì, l’emozione, l’adrenalina che ti davano le interruzioni dai campi di “Tutto il calcio minuto per minuto” (“scusa Ciotti, sono Gentili da San Siro; attenzione Cucchi sono Luzzi da Vicenza…”) era impagabile e di sicuro non le rivivremo più, però spartire le attenzioni di Juventus-Inter o Milan-Napoli con Cremonese-Piacenza e Lecce-Reggiana non era il massimo della vita. Certi incontri d’alta classifica andrebbero sempre vissuti in modo globale, senza che vi siano “interferenze” esterne. Fu proprio questo il ragionamento che adottarono le prime pay-tv, quando pretesero che i match di cui detenevano i diritti (e quindi l’esclusiva in tv) venissero disgiunti dal maxi blocco domenicale. In principio una partita, di solito quella più importante, veniva posticipata alle 20,30, poi tempo dopo, con l’avanzare delle televisioni a pagamento (specialmente con l’avvento di Stream, che andava ad affiancarsi alla vecchia Tele+), si sarebbero aggiunti due anticipi al sabato. E per alcuni anni il format sarebbe rimasto inalterato, senza creare eccessivo sconcerto né fra i tradizionalisti (quelli del “tutti insieme appassionatamente” alla domenica pomeriggio senza se e senza ma) né fra i progressisti (quelli “più si spezzetta e meglio è”). Eh sì, quella era una formula che più o meno accontentava tutti, che riusciva a mediare sapientemente fra i gusti più disparati. La tradizione, coi suoi strascichi di fascino e romanticismo ineguagliabili, tutto sommato era salva e rispettata, e la modernità al contempo veniva assecondata senza per questo stravolgere il passato e le sue consuetudini. Poi col tempo i limiti della decenza iniziarono ad essere dislocati sempre più in avanti, sino ad essere totalmente violati, per un salto nell’illogicità principiato qualche anno addietro, il cui approdo definitivo è avvenuto in questa stagione, con lo spezzatino diventato sempre più indigesto e sempre meno tollerabile. Poc’anzi facevo cenno alla storica trasmissione cult “Tutto il calcio […]”. Ebbene, fa una certa pena assistere allo scempio di quella che una volta era il rito pagano della domenica pomeriggio, un’istituzione per ogni calciofilo doc, e che adesso sembra sopravvivere più che altro per una sorta di “accanimento terapeutico”, imbottita com’è di partite di Serie B ed altri eventi extracalcistici e spesso di scarso richiamo che poco o nulla hanno a che fare con la vera natura del programma. Concludendo in parole concrete, direi che va bene anticipare un paio di partite al sabato; va bene inserire un match all’ora di pranzo; va pure bene il posticipo della domenica sera; al limite accettiamo anche quello del lunedì. Però ad un certo punto ci si deve fermare, non si può proseguire a briglia sciolta, oltraggiando il calcio e la ragione.